I simboli e la libera scelta

Lo Yoga come lo conosciamo oggi è soprattutto un sistema di simboli. Ciò che pratichiamo oggi deriva dallo Hatha-Yoga, sviluppatosi in India nel periodo che va dal V secolo dell’Era Comune fino al XV secolo, in seno al movimento filosofico-ascetico detto “tantrismo”.
Lo Yoga nasce molto prima di queste date, più o meno contemporaneamente al buddismo. Col buddismo ha in comune la ricerca della realizzazione spirituale attraverso la meditazione. In realtà si parlava di Yoga ancora prima del periodo del buddismo, indicandolo come un mezzo per placare la mente o come la condizione stessa di una mente calma e realizzata.
In tutto questo non si dava molto spazio alle pratiche fisiche né a tutto quel corredo di fisiologia mistica che oggi è forse la parte più famosa dello Yoga: i chakra, le nādī, Kundalinī e gli aspetti di sole e luna da integrare. Questi concetti sono nati appunto al tempo del Medioevo Occidentale e sono alquanto arbitrari. Già nei testi di allora, infatti, non c’è concordanza rispetto al numero dei chakra, alla loro forma e ai loro colori, alla loro posizione nel corpo e nemmeno rispetto alle loro specifiche funzioni. Eppure si trovano delle rispondenze ed è forse per questo che la fisiologia mistica affascina i cultori dello Yoga ancora oggi.
I testi dello Hatha-Yoga dicono a chiare lettere che questa pratica nasce per raggiungere le vette del Raja-Yoga, che è poi quello Yoga meditativo vicino al buddismo. Sembra che i saggi e gli asceti del tempo abbiamo preso nota di ciò che accade al corpo durante il percorso di realizzazione spirituale e da lì hanno sviluppato delle tecniche per coadiuvare questi accadimenti. Nel cercare di descrivere in maniera più o meno ordinata ciò che scoprivano, hanno evidentemente sentito l’esigenza di una mappatura. La mappa è un riferimento per ciò che avviene nel corpo, nel tempo.
È esattamente ciò che è accaduto anche per l’astrologia. La pazienza di osservare con acuta attenzione ciò che ha luogo nel mondo e nelle persone ha portato i saggi di allora a trovare delle corrispondenze e delle ciclicità definite. Mappare era necessario per confermare la non-casualità di tali rispondenze. Gli antichi astrologi scelsero le stelle come mappe, proprio come facevano i marinai del tempo.
Si tratta dunque in entrambi i casi di sistemi simbolici. Cercare di trovare un esatto corrispettivo anatomico, fisico, scientifico per questi simboli non ha alcun senso. Come non ha senso pensare che un sistema funzioni meglio di un altro: un sistema funziona all’interno di un contesto dove tutto ruota intorno a quel sistema oppure quel sistema nasce adattato a quel contesto. È per questo che abbiamo un’astrologia cinese, indiana, maya e persiana, così come abbiamo le diverse scuole di Yoga e come, per fare un altro esempio, abbiamo diverse mappe di riflessologia plantare a seconda che si tratti della scuola giapponese, cinese o americana.
In una società dove la scienza pretende l’esattezza millesimale, salvo poi essere smentita completamente da una scoperta più recente, l’approssimazione di questi sistemi non può essere tenuta in considerazione. Un destino simile tocca anche alla psicoanalisi e alla psicologia, nessuna delle quali è assurta al rango di scienza. Eppure sappiamo che la psicoanalisi è efficace nella cura di molte patologie. Non importa se non c’è la possibilità di replicare lo stesso risultato migliaia di volte. Con i simboli d’altronde questo è impossibile per due motivi fondamentali:

1. Riguardano l’unicità di un individuo;

2. Pescano dall’infinito mare dell’inconscio, un mare non del tutto sondato e forse impossibile da sondare del tutto.

Da questo punto di vista lo Yoga, meditazione inclusa, sta avendo più fortuna e sta ricevendo un trattamento più di riguardo, dal momento che molte ricerche scientifiche si sono concentrate sui positivi effetti neurologici, endocrini e metabolici della pratica.
Lo stesso non si può certo dire dell’astrologia, una volta appannaggio di grandi ricercatori come Galileo ad esempio, oggi osteggiata dal campo ufficiale della conoscenza. Sicuramente il diffondersi di un’astrologia raffazzonata da pubblicare sui giornali non ha aiutato, come non aiutano lo Yoga le teorie new age dei chakra o la psicologia prêt-à-porter delle riviste. In un bellissimo studio di Theodor Adorno dal titolo “Stelle su misura”, il filosofo analizza in chiave sociologica il fenomeno che improvvisamente imperversò negli anni Cinquanta, quando appunto i quotidiani cominciarono a pubblicare l’oroscopo del giorno. Secondo questa analisi, si era trovato nell’oroscopo un ottimo strumento di moderazione e controllo delle masse.
In queste versioni massificate dell’astrologia e dello Yoga il simbolismo puro delle origini rischia di perdersi. Non si può pretendere di conoscere i chakra senza un’analisi profonda di sé, una pratica portata avanti per anni e per anni monitorata, senza lo sviluppo insomma di una consapevolezza che spontaneamente si ritrova nei simboli.
Una mappa è necessaria non solo per mettere ordine in ciò che si vive, ma anche per viverlo meglio. Nel caso dello Yoga, l’esperienza è un mezzo per sviluppare consapevolezza e arrivare alla realizzazione spirituale; nel caso dell’astrologia, la ciclicità è qualcosa di inevitabile e la grande lezione per vivere serenamente è imparare ad accettarla.
Per quanto in entrambi i casi si auspichino poteri di chiaroveggenza, in nessuno dei due casi si può veramente predire cosa accadrà. I poteri dello yogin, le cosiddette yoga-siddhi, valgono perché lo yogin ha imparato a conoscere se stesso ed è più semplice per lui capire dove lo porterà la sua vita – si ricordi la frase di Jung: “Ti conviene conoscere te stesso, altrimenti ciò che ti accade lo chiamerai destino”. D’altro canto l’astrologia può prevedere dei movimenti, ma gli ambiti della vita sono talmente ampi e ramificati, che è impossibile capire esattamente cosa accadrà e come.
Si può però essere pronti, aperti, flessibili. L’astrologia dà delle indicazioni, in un certo senso riporta al realismo, perché è impossibile pensare, come ci piacerebbe e come in realtà continuiamo a sperare, che nella vita le cose vadano sempre bene o che andranno bene da un certo momento in poi.
Lo Yoga, invece, insegna la quiete della mente, la stabilità interiore nonostante le avversità. Insieme diventano strumento pratico di quell’unico margine che abbiamo tra il destino e il libero arbitrio: kairos.
Kairos per gli antichi Greci significava sapersi rendere conto della situazione, osservarla, accettarla e sapersi comportare di conseguenza, adattando il proprio atteggiamento a ciò che è più opportuno fare, in modo da cogliere sempre il meglio da ogni circostanza.

Gilda Giannoni
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IG: gildagiannoni
FB: gildagiannoni.yogamarga
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