La forza discreta, docile e inesorabile dell’Apana Vayu

Apana vayu è il nostro “respiro” più creativo. Lo mortificavo. Non sapevo nulla di lui. Nemmeno che in me fosse insofferente. È un vento umile, invisibile, liberatorio, selvaggio e istintivo. Soffia fuori, ma abita dentro di noi. Un fiato delicato, intimo, nascosto, profondo, implacabile e irremovibile. Apana vayu si nasconde nelle viscere, nelle placente, nel sangue fertile, nel sudore, nel piacere fisico e primordiale. La sua specialità è eliminare dal corpo, non per cancellare, ma per far saltar fuori, per trasformare, creare e dare nuova linfa. È la spinta che ci fa nascere. Depura e libera. È il vento delle tracce.
È la montagna che mi ha insegnato a osservare le tracce, a carpire segnali stando
all’erta. Sono cresciuta racchiusa tra giganti di pietra severi e testardi. A differenza dei miei genitori, che mi accostavano poche regole, i sentieri erano invece intransigenti, cinici e per nulla affabili. Un ambiente così ha fatto presto per me a diventare affascinante, a incuriosirmi, attirandomi come una calamita. Un ambiente del genere ha preteso scorza dura, adattabile senza lamenti. Allora sono diventata un involucro di corteccia prima e di pietra dopo. Ho iniziato a indurirmi diventando impermeabile a me stessa. Finché il bozzolo si è spezzato in modo tragico e inaspettato, lasciandomi nuda e vulnerabile con il presagio della morte per mano. È stato quando mi hanno diagnosticato un tumore all’intestino, al colon. L’organo che butta fuori per eccellenza.
Dapprima scombussolata, frastornata e senza essermi realmente resa conto di quello che stavo vivendo, è successo che mi sono allontanata pericolosamente e ancora una volta dal mio corpo. Lo vedevo un raccapricciante traditore. Ogni tanto toccavo le braccia o le cosce con un dito e mi chiedevo “sei proprio tu?”. Lo guardavo con sospetto anche prima della malattia. Ho un problema genetico che mi ha fatto nascere con una poliposi famigliare all’intestino, non standard, anomala anche quella. Non mi fidavo troppo del mio corpo. E intanto Apana vayu recriminava.
Apana vayu è insistente. È il nostro ricettore di creatività. Si esprime con l’ansia quando è taciuto e soffocato, non dà tregua. Ognuno di noi ha esigenze espressive. Siamo esseri da racconto. Progettati per lasciare tracce, impronte, esempi e discordanze. Camminiamo in punta di piedi anche quando ci sembra di fare rumore.
Facciamo rumore quando ci sembra di camminare in punta di piedi. Non siamo macchine da forza, siamo esseri indagatori di noi stessi, esploratori della vita, con energia da bilanciare non da portare al limite. Sono ripartita dal mio corpo sofferente. Mi aveva parlato in modo inequivocabile e aveva cercato aiuto. Ho iniziato allora a guardare il corpo attraverso le sue funzioni, la sua utilità. A notare cosa facesse per me ogni giorno; come si barcamenasse instabile quando la mente imperava senza tregua; come invece si accendesse e cambiasse tono quando gli davo la precedenza. Ho stravolto, passo dopo passo, il paradigma vitale: non più basato sulla forza del resistere, ma sul dare spazio alle mie fragilità.
Ho ribaltato il concetto puerile e schematico che avevo dello Yoga, che praticavo da anni, ma dove, ancora una volta, facevo intervenire la mente incresciosa. Ho liberato l’intuito e fatto spazio a una nuova respirazione che parte proprio dall’Apana vayu. Ho capito infine la sua impellenza, la sua voglia di ricostruzione. Ho iniziato a sentire la sua presenza. Dialogando con corpo e respiro sono entrata in contatto con l’essenza espressiva che voleva uscire e creare. Mi sono stupita, sono rimasta incredula. Mi sono anche un po’ spaventata. Ma ho voluto raccontare la sofferenza e riprendermi un grammo di utilità. Utilità che avevo perso e disintegrato. Un’utilità che non volevo credere esistesse anche per me.
Il culmine di questo percorso sofferto e totalizzante è stato la stesura di un libro
viscerale. Scritto attraverso l’ipersensibilità del mio intestino malconcio. Proprio io, schiva, riservata e selvatica ho scritto un libro, dove ho riversato la mia storia. Sono scesa nei meandri più bui di me stessa. Ho rivissuto situazioni sgradevoli e momenti difficili. Alcune pagine le ho scritte piangendo, avevo la sensazione di essere di nuovo lì tra stanze di ospedale, incertezze e incomprensioni umane. Ho raccontato spunti per dedicarci alla vita, appigli dove mi sono aggrappata con forza, tenacia e dolcezza, proprio come quando arrampicavo. Ho raccontato gli asana dal mio punto di vista. La roccia e la montagna mi hanno insegnato l’equilibrio. A ricercarlo continuamente perché è esso stesso per definizione precario. Mi sono risvegliata come un raponzolo di roccia che in spazio minimo, tra le rocce, dove sembra impossibile, mette radici e salta fuori. Apana vayu è anche lì, tra i fiori di montagna. Apana vayu è rivelare. Ogni esistenza è Apana vayu. Ogni vita è un racconto. Ho scoperto così che la scrittura è per me esigenza fisica. Forse perché è un processo che implica sia la testa, sia il corpo che il respiro. Un po’ come lo Yoga. Sento le parole con il corpo. A volte scrivo senza stare ferma. Tutto il corpo si muove. Altre volte la mano sulla carta, insieme alla penna, mi dà spinta estremamente amabile. Ora, dopo essere diventata insegnante di Yoga, attraverso delle pratiche mirate alla valorizzazione della parte più creativa di noi, cerco di spronare a non trattenere, a non mortificare il corpo, a dargli retta e cercare di attivare un canale preferenziale con lui. E intanto continuo a scrivere.
Marianna Corona

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